Usare bene i batteri per arrivare a 100 anni

14713839-100-anni-di-etichette-di-buon-compleanno-con-nastri-d-39-oro-illustrazione-vettorialeLa ricetta per arrivare 100 anni c’è. E i principali alleati sono i batteri ‘buoni’ dell’intestino e i geni capaci di ‘accendersi’ quando serve. Secondo le ricerche in materia di longevità, discusse in occasione del Congresso nazionale della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg), per arrivare a spegnere 100 candeline serve il giusto mix tra genetica e stile di vita.

Da una parte, infatti, i geni ereditati in famiglia aiutano, perché nei centenari si sono individuati numerosi meccanismi molecolari che cercano di correggere i danni al patrimonio genetico e quindi vivere più a lungo. Dall’altra le abitudini e soprattutto l’alimentazione modulano l’attività del genoma, allungando l’aspettativa di vita attraverso l’epigenetica, ovvero tramite la modificazione dell’espressione dei geni implicati nella longevità. E un ruolo di primo piano sembra riservato ai batteri dell’intestino, il cosiddetto microbioma: per invecchiare bene è importante avere una flora batterica intestinale ‘efficiente’, da nutrire anch’essa con una dieta adeguata e sana.

Tutte conoscenze giudicate in modo molto positivo dagli italiani: stando a un’indagine sulla longevità condotta da Sigg, oltre il 90% degli italiani giudica positivi i progressi della scienza in questo settore. “La longevità sembra poter derivare da una ‘manutenzione’ particolarmente efficiente dell’attività delle cellule e degli organi, che nel tempo potrebbe contrastare l’inevitabile declino funzionale dell’organismo”, spiega Giuseppe Paolisso, past presidente Sigg. “Alcuni geni sembrano avere un ruolo in tutto ciò ma sappiamo che, ad esempio, una singola mutazione genetica ‘favorevole’ può allungare la vita al massimo del 40%.”

Oggi appare perciò sempre più evidente che è l’attività del genoma nel suo complesso a influenzare la longevità: “l’epigenetica, ovvero la modificazione dell’espressione dei geni nel corso della vita a seconda degli ‘stimoli’ a cui è sottoposto l’organismo – spiega ancora Paolisso – sta assumendo un peso sempre più rilevante fra i meccanismi che incidono sull’aspettativa di vita. Un esempio classico è la restrizione calorica: una riduzione dell’apporto di nutrienti in assenza di malnutrizione si associa a un aumento della durata della vita, anche nei primati e nell’uomo, perché in condizioni di scarse risorse energetiche l’attività dei geni vira verso una diminuzione delle attività e un conseguente prolungamento della vita”.

Secondo gli esperti tutto questo però significa anche che la longevità si può ‘costruire': se non si nasce con una familiarità che aiuta a diventare centenari si può vivere in modo da favorire una speranza di vita prolungata.

“Gli studi indicano ad esempio che la flora batterica intestinale ha un ruolo nell’invecchiamento: con l’andare degli anni si modifica e la capacità di mantenere batteri ‘buoni’ è strettamente correlata alla possibilità di un invecchiamento di successo – osserva Nicola Ferrara, presidente Sigg – La biodiversità dei batteri intestinali si riduce nella terza età, favorendo la comparsa di infiammazione e squilibri che possono essere l’anticamera di numerose patologie: favorire attraverso una sana alimentazione il mantenimento della biodiversità della flora batterica può aiutare ad aumentare l’aspettativa di vita in buona salute”.