PRECARIETA’ SENTIMENTALE

images_coppieLa precarietà lavorativa che la mia generazione sta vivendo coincide con una precarietà emozionale ed esistenziale, non meno problematiche e non meno difficoltose per la società occidentale.
Non è questa la sede per fare approfondimenti sociologici ed antropologici, ma voglio soffermarmi su esperienze di vita comune.
Quante volte abbiamo sentito i nostri amici pronunciare la solita frase: ”Non possiamo permetterci di sposarci e quando le cose andranno meglio andremo a convivere…”
Questa frase è indubbiamente legata ad un livello di precarietà che tutti abbiamo chiaro: quello dell’impossibilità di autonomia, di mancanza di continuità lavorativa, che ci spinge a restare a casa di mamma e papà.
La verità è che a farla da padrona è l’egoismo, nel senso buono del termine di amore di sé e del proprio benessere come fondamenti di ogni altra relazione onesta e appagante, che diviene il punto di partenza.
Nessuno vuole rinunciare alla vita agiata e comoda che la famiglia di origine ci consente ancora di fare, e rimaniamo aggrappati agli ultimi ammortizzatori sociali che ci restano, i “genitori” .
Abbiamo perso la capacità di rinunciare a qualcosa per un progetto comune, ci adattiamo alle situazioni e non facciamo più niente per cambiarle, viviamo in un attesa che sembra interminabile, con fidanzamenti che diventano lunghissimi se durano….
Dietro le scelte non prese c’è sempre qualcosa di più del problema sociale che si vive, perché l’amore si sa’, quello vero, vince sempre su tutto e supera ogni difficoltà economica e sociale.
Basta fare un passo indietro “accontentarsi” come ci hanno insegnato i nostri nonni di cose semplici, ma grandi, da fare insieme giorno dopo giorno, e che sia matrimonio o convivenza basta che sia un NOI e non un IO.